ISOLA DI PASQUA - RAPANUI

 

Rapa Nui, l'ombelico del mondo


Fin dai tempi della sua scoperta, la storia dell'Isola di Pasqua (Rapa Nui oppure Te Pito Te Henua in lingua polinesiana) è stata oggetto di fantastiche interpretazioni. Per spiegarla, infatti, si è giunti a scomodare alieni provenienti da altre galassie, a immaginare l'esistenza di immensi continenti sprofondati negli insondabili abissi dell'Oceano Pacifico oppure a considerarla come un grande cimitero collettivo di una razza molto evoluta. Oggi, però fatto per molti difficile da accettare, se si pensa che gli imponenti Moai, le famose statue di pietra dell'isola, hanno solleticato la fantasia di intere generazioni grazie ai risultati di accurati studi, è possibile dare risposte chiare e precise su molti aspetti della storia pasquense e scandirne le fasi. Si tratta di prove archeologiche, genetiche e linguistiche decisamente attendibili. E' vero che alcuni quesiti restano tuttora insoluti, tasselli difficili da incastrare, ma è altrettanto vero che indagare sul passato tra le pieghe del tempo non è impresa facile. Forse è proprio per questo motivo che l'Isola di Pasqua conserva ancora intatta la sua magia e continuerà a far sognare le generazioni future. "Raggiungete l'isola dei miei sogni e cercate una riva meravigliosa, dove il re possa porre la sua dimora"



Leggenda di Hotu-matua


Per l'Occidente, la storia dell'Isola di Pasqua ebbe inizio il 5 aprile del 1722, quando il capitano olandese Jacob Roggeveen scoprì un'isola non ancora segnata sulle mappe, distante ben 2030 miglia dalle coste cilene. Sceso a terra con i suoi marinai, pensò bene di ricambiare la festosa accoglienza degli isolani con una scarica di fucileria, che fece decine di morti. Dopodiché, forse per devozione o per senso di colpa, decise di battezzarla Isola di Pasqua. Coloro che vennero dopo Roggeveen (spagnoli, inglesi, francesi, russi, peruviani) non sconfessarono l'atteggiamento di altezzosa superiorità culturale mostrato dall' olandese nei confronti dei Pasquensi e perpetrarono a loro volta un lento e inesorabile genocidio.
Quando i primi bianchi si insediarono stabilmente sull'isola vi trovarono soltanto i resti di una civiltà agonizzante, distrutta fisicamente e moralmente. Ma chi furono i primi abitanti dell'Isola di Pasqua e da dove venivano? Il grande etnologo Peter Buck (1914-1951), figlio di un neozelandese britannico e di una principessa maori, scrive: "All'epoca dello sbarco olandese vi (sull'isola n.d.r) abitava una popolazione di ceppo polinesiano, che parlava una lingua polinesiana. La scoperta dell'isola si deve a Hotu-matua, re di Marae-renga, il quale sognò un 'isola con una spiaggia meravigliosa, di là dall'orizzonte orientale. Egli ordinò dunque a un certo numero dei suoi uomini di mettersi in mare, con una canoa chiamata Oraora-miro, in cerca della spiaggia sull'isola sognata, e li seguì da presso con la sua grande canoa doppia, Oteka-oua. Dopo molti giorni di viaggio le due imbarcazioni avvistarono un'isola, in cui Hotu-matua riconobbe quella da lui sognata". Studi linguistici e genetici hanno confermato la tradizione e quindi l'origine polinesiana degli abitanti dell'Isola di Pasqua. Per contro, l'altrettanto noto archeologo norvegese Thor Heyerdhal dopo aver rilevato alcune analogie tra le culture pre-incaiche e quella dell'Isola di Pasqua, volle organizzare la famosissima spedizione del Kon-Tiki (1947), con la quale intendeva dimostrare alla scienza e al mondo intero che gli antichi Peruviani, ancor prima delle grandi migrazioni polinesiane, conoscevano molto bene la Polinesia ma soprattutto l'Isola di Pasqua.
Il successo della sua coraggiosa impresa ebbe un'eco mondiale; partendo da Callao in Perù con una zattera di balsa, raggiunse in 101 giorni l'atollo di Raroia, nelle Isole Tuamotu, coprendo ben 6920 chilometri di navigazione! Heyerdhal dimostrò ampiamente la fattibilità dell'impresa, ma né allora né poi riuscì a produrre prove sufficientemente valide a sostegno della sua tesi, a parte la coincidenza linguistica di alcuni vocaboli e la somiglianza delle colossali statue dell'isola con quella di certe sculture sudamericane. Quando vi giunse il re Hotu-matua, l'Isola di Pasqua era già abitata da gruppi proto-polinesiani che dalle isole del sud-est asiatico si erano avventurati verso occidente, alla ricerca di nuove terre da colonizzare. La tradizione vuole che l'isola fosse abitata dagli Hanau Eepe, la gente dalle Orecchie Lunghe, probabilmente provenienti dalle Isole Marchesi dove era uso forarsi i lobi delle orecchie per abbellirle con pesanti ornamenti, mentre i nuovi venuti, le Orecchie Corte (Hanau Momoko), erano salpati da Mangareva, nell'arcipelago delle Gambier.
L'Isola di Pasqua conobbe un periodo di grande splendore, al quale seguì un' interminabile serie di guerre intertribali che prostrarono la popolazione e decretarono la decadenza civile e culturale dei Pasquensi. La crisi della società rapanui, dovuta soprattutto a questioni di potere e al disastro ecologico - l'aumento demografico, lo sfruttamento della terra e il suo impoverimento scatenarono una violenza inaudita che ben presto degenerò in efferate pratiche cannibalesche - coincide con il culto del dio Makemake e dei Tangata manu (uomo uccello).Ogni anno, i rappresentanti delle fazioni rivali si sfidavano in una gara di abilità che consisteva nell'attraversare a nuoto il braccio di mare che divide l'isola dallo scoglio di Motu Nui per impadronirsi di un uovo dell'uccello manu tara. Il vincitore riceveva il titolo di Tangata Manu e acquisiva il diritto di governare l'isola per un anno. Anche il suo clan, ovviamente, godeva di grandi privilegi. L'effigie dell'uomo uccello era quindi graffita sulle rocce di Orongo, centro cerimoniale situato sulla sommità dei vulcano Rano Kau. L'ultima gara si svolse nel 1878, quando la popolazione dell'isola era ormai ridotta a poche centinaia di abitanti, affamati e afflitti dalle malattie, ma ancora in lotta per il possesso di pochi beni.




Il mistero dei Moai


Generalmente, quando si parla dell'Isola di Pasqua si fa soprattutto riferimento ai Moai, le monumentali statue dallo sguardo altero e dal sorriso sprezzante, che hanno affascinato studiosi di ogni epoca e disciplina. Si tratta di un'opera scultorea maestosa e imponente, tanto che lo stesso capitano James Cook, che era stato sull'isola durante il suo viaggio del 1774, annota:
"Non c'è un più perfetto lavoro di muratore, nemmeno nei migliori edifici d'Inghilterra".
Ma come nascevano e che cosa rappresentavano le statue dell'Isola di Pasqua? Da scienziato e profondo conoscitore delle culture dell'Oceania, Peter Buck tende a sfatare le numerose leggende che avvolgono le statue di pietra e spiega: "Venuti dalle Marchesi, i colonizzatori dell'isola conoscevano l'arte della scultura in pietra; e nella loro nuova patria svilupparono una tecnica nuova, adatta al morbido tufo vulcanico, facile a lavorarsi, che trovavano nel cratere dei vulcano estinto Rano-raraku. In origine le statue possono aver rappresentato dèi o progenitori, ma con l'andar del tempo divennero opere d'arte pura". Oggi, alla luce delle attuali conoscenze, sembra ormai assodato che i Moai avessero inizialmente una funzione religiosa e cerimoniale, mentre in seguito divennero il simbolo dell'acquisizione del potere politico e sociale, l'affermazione "concreta" di uno status di prestigio all'interno della società pasquense. Il vulcano Rano-raraku, ubicato nella parte orientale dell'isola, era per gli scultori dell'isola un vero e proprio cantiere artistico. Conta ben 117 statue al suo interno e 76 all'esterno, alcune in posizione eretta e altre incompiute, con un'altezza variabile tra i 3,5 e i 5 metri. Una in particolare, non terminata e denominata Pito Pito, raggiunge i 20,30 m e si stima che il suo peso, se fosse stata ultimata, sarebbe stato di oltre 160 tonnellate! Molte di queste opere sono ubicate lungo la costa, in punti dell'isola distanti tra loro oltre dieci chilometri. Com'è stato possibile collocarle? Una leggenda vuole che i Moai camminassero spinti dalla forza del Mana del re o dei sacerdoti, fino a sistemarsi da soli sugli Ahu, le famose piattaforme cerimoniali sparse in quasi tutti gli arcipelaghi della Polinesia.
Gli scienziati della Missione dei Centro Studi e Ricerche Ligabue hanno approfondito lo studio delle geniali tecniche di trasporto adottate dai Pasquensi, acquisendo nuove conoscenze in proposito. In base a queste, pare che alla decisione di realizzare un Moai, seguisse immediatamente la scelta del luogo e quindi delle misure della statua da costruire. I suoi contorni venivano tracciati sulla roccia, dopodiché si procedeva all'asportazione del materiale litico scavando lateralmente. L'operazione durava fino a quando restava soltanto un sottile strato di roccia che legava il Moai al fianco delle parete vulcanica.
Quindi abili scalpellini ne modellavano la figura che, privata anche dell'ultimo diaframma di pietra, veniva poi fatta scivolare giù fino ai piedi dei Rano-raraku per mezzo di complicati sistemi di frenaggio e posta sul suo Ahu. Il trasporto dei giganteschi Moai, invece, avveniva utilizzando un'ossatura di tronchi curvi e robusti, a forma di guscio, sulla quale veniva collocata la statua, fatta poi slittare su pali levigati a rullo. Per trasportarne una di piccole dimensioni occorrevano almeno un centinaio di persone. Durante l'operazione di trasferimento veniva usata una pasta ricavata dai tuberi che crescevano sull'isola, oppure Moai dai volti enigmatici e dalle lunghe orecchie igname cotto, materiali che rendevano più scivoloso il terreno.
Per sistemare in posizione eretta le grandi statue, si ricorreva all'aiuto di tralicci, piani inclinati, putrelle di legno e funi di fibra vegetale. Il legno - la cui provenienza è stata per molto tempo un vero rompicapo per gli scienziati - veniva fornito originariamente dai numerosi boschi che crescevano nell'isola. Ciò accadeva prima che vi giunse se James Cook, il quale trovò invece un paesaggio piuttosto arido, privo della ricca vegetazione e delle molte specie botaniche endemiche che avevano popolato l'isola e la cui esistenza è stata accertata dalla palinologia (analisi dei polline).
Ancora oggi, per chi visita Rapa Nui, la natura e la suggestiva scenografia sono le stesse che conobbe Cook e che è possibile ritrovare nelle bellissime descrizioni di Thor Heyerdhal. La differenza è che ci si arriva comodamente in jet e un po' di "benessere" è approdato anche qui. Malgrado ciò, non viene meno il fascino avvolgente di questo lembo di terra che, per la sua collocazione geografica e la cultura complessa e originalissima dei primi Pasquensi, merita senz'altro l'appellativo di "ombelico del mondo".

Comunque ... nessuna teoria é stata giudicata sicura al 100%
Rapa Nui é un vero mistero.

 

 

 

 

 

 



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